Un signore all’ingresso di una bella casa, ci chiede di salire velocemente.
Seguo gli altri, li ammiro, ammiro la loro preparazione, il loro sangue freddo..a me viene da piangere solo all’idea che qualcuno sta
soffrendo e fra poco sarà davanti ai miei occhi.
Entriamo, ci accoglie una signora, noto subito la tristezza dei suoi occhi.
“Mia madre, penso abbia avuto un infarto, non riesce a respirare. Ha già un pacemaker. Ha novanta anni.”
Parla velocemente, cerca di dare più notizie possibili.
Entriamo, io sto un po’ in disparte. Ho quasi paura di disturbare.
La più esperta fra noi è vicino alla signora, fa domande, si muove sicura e da sicurezza a chi le sta vicino. Si volta, si rivolge a me.
“Passami lo sfigmo e il fonendo”
Finalmente servo a qualcosa..
La paura: e se non lo trovo? Si, lo so me lo hanno detto al corso. E’ lì dentro lo zaino, lo strumento per misurare la
pressione..dove si trova, l’ho visto mille volte..ma non si sa mai. Ecco, è solo un attimo di smarrimento, lo passo alla mia collega.
Resto in attesa. Osservo la scena davanti i miei occhi. La signora ha un viso dolce, magrissima, c’è una foto di lei appesa vicino
alla porta. Era Natale, stava già male, si vede, ma sorrideva ed indossava il cappello da Babbo Natale. Per un attimo sorrido, poi
mi fermo. La situazione è drammatica, posso essere mal interpretata. Sul comodino un libro di poesie, una raccolta, ma non vedo
bene.
“Corri, serve la bombola dell’ossigeno. Veloce!”
Eccomi, corro. E’ buio per le scale, si vede poco, ma non voglio perdere tempo a cercare la luce. Arrivo in ambulanza, la bombola
pesa un po’, prendo la maschera. Riparto, sono di nuovo in casa, nella stanza.
Osservo, la signora non vuole l’ossigeno. Con calma la convincono, ci sono due figlie. Una è seduta vicina a lei, l’accarezza
dolcemente. Arriva il medico del 118, vedo aghi, flebo, medicinali.
Mi sento quasi di troppo, ho paura di infastidire. Tutte quelle persone in casa, mi avvicino alla porta, aspetterò fuori. Si avvicina una
delle figlie, inizia a parlarmi.
Cerco di ingoiare le lacrime che vorrebbero uscire, la figlia mi parla di sua madre, mi racconta la sua vita, le sue sofferenza. “Mia
madre è pronta” lo dice con una serenità che mi sconvolge. Vorrei dire qualcosa, ma qualsiasi parola mi appare banale.
“Grazie per quello che fate”
“Signora io sono solo un portantino”
Sorride, mi guarda con degli occhi che mi sembrano grandissimi, “Grazie”
Le lacrime sono tutte lì, ma le ricaccio indietro. Non so che dire, la guardo e spero che dalla mia espressione comprenda tutto,
ma chi lo sa. Sono io che dovrei ringraziare, non lei, vorrei farglielo capire, ma è così difficile da spiegare a parole, in questo
momento poi.
La portiamo in ospedale, ma immagino che la fine sia vicina.
Scendo le scale, ora con calma. Allora vedo quanti fiori ci sono, come è bello quel posto, prima non mi ero accorta.
Torniamo in sede, si parla un po’ poi arriva l’ora di andar via.
“Ti va bene tornare il prossimo lunedì?”
“Si, certo”, dentro di me ora ho ritrovato il motivo per cui mi sono iscritta.
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