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IL PENSIERO DI UNA VOLONTARIA

UN EVENTO IMPORTANTE

Ecco perché.

Appena tornata da lavoro, neppure il tempo per rilassarsi un po’..e vai di corsa di nuovo alla Misericordia.
Non è possibile! Ma in che situazione mi sono messa! Invece che starmene bella sdraiata sul mio divano! Io poi, a cui la vista del sangue fa sempre un certo effetto..ma che sto facendo?
Perché mi sono iscritta, devo cercare di ritrovare nella mia testa il motivo che mi ha spinto. Il lavoro non basta? Non mi sento abbastanza soddisfatta, con la casa da mandare avanti, con mio marito, gli amici, gli impegni vari..?
Perché anche questo? Non mi ritrovo in quella schiera di giovani volontari che si sentano esaltati ad andare in ambulanza a velocità per poi sentirsi un po’ i “Rambo” della situazione, poi il mio aiuto non è certo indispensabile..in fondo sono sempre stata così tremendamente maldestra in tutto ciò che richiede un minimo di manualità..
Forse sarò più un intralcio, che figura ritrovarsi insieme a persone tanto più giovani ed essere sempre l’ultima a capire come si tira fuori la barella dall’ambulanza, come si mette una garza..davvero ho voglia di risentirmi come a “scuola” ancora una volta..?
Pensando a tutto questo, il tragitto in macchina per arrivare a Fiesole mi è sembrato più breve del solito.
Ecco il mio terzo servizio, ancora non ho visto molto, solo due trasferimenti da un ospedale ad un altro..in cui ho fatto la bella statuina osservando attentamente la capacità dei miei

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compagni di muoversi fra tutti quegli oggetti così nuovi per me, fortunatamente.
Eccomi, che si fa si prende le pizze mentre si aspetta?”
Appena detto una chiamata: un giallo. Pericolo: arresto cardiaco. Partire di corsa.
Sento già il mio battito accelerare, ed i pensieri di prima si affollano prepotenti nella mente.

Una persona è in pericolo, cosa posso farci io? Che aiuto posso dare se neppure riesco a stare calma? E come si corre in quest’ambulanza?
Un incrocio, un attimo per guardare..e vai  su per queste stradine di Fiesole..ma proprio così isolata deve vivere questa signora?
Eccoci, ci siamo.

Un signore all’ingresso di una bella casa, ci chiede di salire velocemente.
Seguo gli altri, li ammiro, ammiro la loro preparazione, il loro sangue freddo..a me viene da piangere solo all’idea che qualcuno sta soffrendo e fra poco sarà davanti ai miei occhi.
Entriamo, ci accoglie una signora, noto subito la tristezza dei suoi occhi.
Mia madre, penso abbia avuto un infarto, non riesce a respirare. Ha già un pacemaker. Ha novanta anni.”
Parla velocemente, cerca di dare più notizie possibili.
Entriamo, io sto un po’ in disparte. Ho quasi paura di disturbare.
La più esperta fra noi è vicino alla signora, fa domande, si muove sicura e da sicurezza a chi le sta vicino. Si volta, si rivolge a me.
“Passami lo sfigmo e il fonendo”
Finalmente servo a qualcosa..
La paura: e se non lo trovo? Si, lo so me lo hanno detto al corso. E’ lì dentro lo zaino, lo strumento per misurare la pressione..dove si trova, l’ho visto mille volte..ma non si sa mai. Ecco, è solo un attimo di smarrimento,  lo passo alla mia collega.
Resto in attesa. Osservo la scena davanti i miei occhi. La signora ha un viso dolce, magrissima, c’è una foto di lei appesa vicino alla porta. Era Natale, stava già male, si vede, ma sorrideva ed indossava il cappello da Babbo Natale. Per un attimo sorrido, poi mi fermo. La situazione è drammatica, posso essere mal interpretata. Sul comodino un libro di poesie, una raccolta, ma non vedo bene.
Corri, serve la bombola dell’ossigeno. Veloce!”
Eccomi, corro. E’ buio per le scale, si vede poco, ma non voglio perdere tempo a cercare la luce. Arrivo in ambulanza, la bombola pesa un po’, prendo la maschera. Riparto, sono di nuovo in casa, nella stanza.
Osservo, la signora non vuole l’ossigeno. Con calma la convincono, ci sono due figlie. Una è seduta vicina a lei, l’accarezza dolcemente. Arriva il medico del 118, vedo aghi, flebo, medicinali.
Mi sento quasi di troppo, ho paura di infastidire. Tutte quelle persone in casa, mi avvicino alla porta, aspetterò fuori. Si avvicina una delle figlie, inizia a parlarmi.
Cerco di ingoiare le lacrime che vorrebbero uscire, la figlia mi parla di sua madre, mi racconta la sua vita, le sue sofferenza. “Mia madre è pronta” lo dice con una serenità che mi sconvolge. Vorrei dire qualcosa, ma qualsiasi parola mi appare banale.
Grazie per quello che fate
Signora io sono solo un portantino
Sorride, mi guarda con degli occhi che mi sembrano grandissimi, “Grazie
Le lacrime sono tutte lì, ma le ricaccio indietro. Non so che dire, la guardo e spero che dalla mia espressione comprenda tutto, ma chi lo sa. Sono io che dovrei ringraziare, non lei, vorrei farglielo capire, ma è così difficile da spiegare a parole, in questo momento poi.
La portiamo in ospedale, ma immagino che la fine sia vicina.
Scendo le scale, ora con calma. Allora vedo quanti fiori ci sono, come è bello quel posto, prima non mi ero accorta.
Torniamo in sede, si parla un po’ poi arriva l’ora di andar via.
Ti va bene tornare il prossimo lunedì?”
Si, certo”, dentro di me ora ho ritrovato il motivo per cui mi sono iscritta.